Quali sono le migliori passeggiate con lama e alpaca in Appennino? Il fascino dell’incontro inaspettato

La prima volta che ho incrociato lo sguardo liquido di un alpaca era mattina presto, la brina stringeva ancora i castagneti sopra Fanano e il sentiero si snodava tra muretti a secco e vecchie carbonaie. Stavo rientrando da un turno all’alba in rifugio, il vapore del caffè addosso e il silenzio buono del crinale, quando dal tornante è apparso quel muso curioso, vellutato, con una frangia che ballava ad ogni passo. Il conduttore ha alzato la mano in un saluto breve, i bambini dietro ridevano piano. Per qualche minuto abbiamo condiviso lo stesso respiro lento, il passo corto, la sorpresa. Era l’incontro inaspettato che rende diversa una camminata di montagna, lo stesso stupore che ho provato altre volte ascoltando, nelle sere di ottobre, il richiamo alto delle gru in migrazione sopra le creste. Da allora cerco e racconto le passeggiate con lama e alpaca in Appennino come si raccontano le piccole buone storie: quelle che nascono lungo il sentiero, tra una fontana gelata e una staccionata appena riparata.
Perché camminare con lama e alpaca in Appennino
Non è una moda passeggera, né un travestimento esotico della montagna. I camelidi sudamericani hanno trovato negli Appennini un habitat adatto grazie al clima temperato, ai pascoli magri e alla presenza di aziende piccole, spesso a conduzione familiare, che coniugano allevamento leggero e accoglienza. Camminarci insieme significa rieducarsi al ritmo del sentiero, seguendo animali che non forzano l’andatura e che insegnano, con la loro curiosità serena, a guardare di più e a parlare di meno. I lama, più alti e portati a portare piccoli carichi, sono compagni attenti sui tratti aperti; gli alpaca, più compatti e timidi, amano i boschi e le mulattiere ombrose. Con entrambi il patto è lo stesso: rispetto, distanza giusta, mani calde ma leggere sulla lunghina.
In molte vallate le escursioni si muovono dentro o al margine di aree protette, dove il paesaggio è sorvegliato e i tracciati raccontano storie antiche. Sul crinale reggiano e parmense, ad esempio, i percorsi lambiscono gli orizzonti del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, mosaico di pascoli, faggete e pietraie sospese tra due mari. In Garfagnana e Lunigiana, l’ordito dei castagneti si alterna a borghi che profumano di farina dolce e stalle pulite; più a sud, tra Sibillini e Maiella, l’eco della transumanza rivive nei muretti e nelle pagliare. È una geografia che si lascia attraversare meglio quando si rallenta: i camelidi ne sono pretesto e complicità.
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Parto da casa, dall’Alto Appennino modenese, dove le mattine hanno ancora il sapore del latte caldo in rifugio e delle corde di legna appoggiate agli usci. Sopra Fanano, tra alpeggi bassi e boschi di faggio, le uscite con alpaca seguono spesso antiche vie d’acqua che sfiorano cascate sottili e radure muschiose. È un ambiente didattico naturale: si riconoscono i segni delle nevicate invernali sui rami, si imparano i passi sui sassi per evitare la torbiera, si scopre che il silenzio del bosco non è mai davvero silenzio. In giornata limpida, con gli animali tranquilli, si raggiunge una cresta ampia dove l’aria sa di sale, perché da qualche parte dietro l’orizzonte il mare c’è.
Più a ovest, verso il massiccio del Cusna, i percorsi con lama prendono il largo sui pianori alti. Qui la luce è diversa, più franca, e i sentieri disegnano parabole tra grandi faggete e praterie dove il vento scrive cirri nell’erba. Ho accompagnato gruppi curiosi, famiglie con zaini piccoli e termos di tè, guardando i lama fermarsi ogni tanto, come a misurare il passo degli umani. In estate, la brezza asciuga il sudore e rende dolci anche le salite; in autunno, i larici dipingono strade d’oro e la sera scende nel giro di un sorso caldo in osteria. Qui l’ospitalità è semplice e sincera: pane croccante, formaggio giovane, una minestra che consola le gambe stanche. È la stessa ospitalità che ho incontrato lavorando tra i rifugi, quando bastava un sorriso per farsi raccontare una storia di famiglia.
Garfagnana e Lunigiana: mulattiere di pietra e boschi di castagno
Scendendo verso la Toscana di confine, la Garfagnana accoglie con i suoi paesi appesi e le fortezze che paiono scritte nella roccia. Le aziende che propongono uscite con alpaca hanno spesso stalle odorose di fieno e piccoli recinti dove si impara a conoscere gli animali prima di partire. La prima mezz’ora passa sempre così, tra ciuffi di lana e racconti di tosa, con i bambini che si fanno coraggio e gli adulti che ritrovano una manualità perduta. Quando il sentiero si apre, la mulattiera prende quota tra muretti perfetti e castagni monumentali. L’andatura degli alpaca si accorda alle pietre, e ci si accorge che il panorama sulle Apuane arriva a tratti, come uno spettacolo che si concede a sipari. Il rientro sfila spesso dentro borghi in silenzio, dove una donna scrolla lenzuola e un forno spande odore di schiacciata. La Lunigiana aggiunge la sua acqua, i ponti a schiena d’asino, la penombra dei canali: qui i lama muovono orecchie attente, e l’eco di un campanile sembra battere il tempo del loro passo.
Tra un’escursione e l’altra, la pausa migliore resta la sosta nelle piccole ospitalità di valle. Stanze con travi a vista, cortili dove si stendono rape e cavoli, cucine che raccontano l’orto. Si scambiano dritte su meteo e fioriture, si prenota l’uscita dell’indomani valutando l’età dei bambini, si consulta il calendario del parco e le norme locali, perché qui l’attenzione all’habitat è cosa seria e condivisa.
Sibillini e Valnerina: il passo lento della ricostruzione
Più a sud, tra le pieghe dei Sibillini, l’incontro con lama e alpaca assume spesso il senso di una ripartenza. Diverse aziende agricole hanno scelto i camelidi come alleati per far tornare gente sui sentieri, con itinerari misurati che attraversano pascoli punteggiati di ginestre e guadi limpidi. Camminare qui significa anche leggere i segni di una montagna che si ricostruisce, tra cantieri discreti e pietre ricucite. Gli animali aiutano a mantenere il passo, a non avere fretta: ci si ferma a osservare il volo di una poiana, si spiega ai bambini come si riconosce una traccia di volpe nella terra umida, si ascolta il fiume dettare una cadenza al gruppo. Le guide sono spesso custodi di storie minime, e le condividono senza enfasi: un forno riaperto, un sentiero riallestito, una festa tornata in calendario. Anche qui l’ente parco è presenza costante, con tracciati segnalati e raccomandazioni chiare che proteggono il paesaggio e chi lo vive, come accade nelle reti di tutela di Rete Natura 2000.
Majella e altopiani aquilani: la pazienza del vento
Sulla Majella l’aria è più tagliente, la luce sembra rifrangersi sulla pietra viva. Le passeggiate con lama e alpaca incoraggiano partenze mattutine, quando i pianori sono ancora vuoti e le pagliare disegnano geometrie nella brughiera. Il vento qui insegna la pazienza, e gli animali la restituiscono con una calma che si fa balsamo. Le uscite sono spesso brevi, un paio d’ore giuste, per lasciare spazio ai racconti delle antiche vie della transumanza e alle soste presso le fonti. La sera, nei paesi dell’altopiano, si cena presto e si ascolta l’aria che cambia, con quella sensazione di essere entrati e usciti da un quadro senza averlo toccato.
Come scegliere e prepararsi
Le migliori passeggiate con lama e alpaca non sono necessariamente le più lunghe o quelle di moda sui social, ma quelle che sanno mettere insieme paesaggio, cura e persone. Prenotare con anticipo è quasi sempre indispensabile, soprattutto in primavera e autunno quando la montagna è al suo meglio e la domanda cresce. Vale la pena confrontarsi con chi organizza l’uscita sul numero di partecipanti, sull’età minima consigliata, sui cani al seguito, sulla pendenza massima e sul tipo di fondo. Gli animali non amano i rumori improvvisi e i gesti bruschi, e hanno bisogno di pause regolari per bere e brucare: una buona guida lo ricorda con fermezza gentile.
L’abbigliamento segue le regole semplici del cammino: scarponcini con suola scolpita, strati leggeri da modulare, cappellino e acqua. In estate il sole picchia anche in quota; in inverno il freddo scivola nei canaloni e si fa sentire all’ombra. Una piccola borraccia per il tè, qualche frutto secco, una merenda condivisa al rientro nei cortili delle aziende sono dettagli che scaldano l’esperienza. E poi c’è l’educazione del passo: tenere la destra sulle mulattiere, cedere il passaggio in crinale, chiudere sempre i cancelli dietro di sé. Piccoli gesti che parlano di montagna vissuta, e che rendono ogni uscita più sicura e più bella.
Infine, l’attenzione al contesto: i parchi hanno regolamenti da rispettare, le aziende hanno protocolli di benessere per gli animali, le comunità locali hanno ritmi e stagioni. Ascoltare le voci del luogo fa parte dell’esperienza tanto quanto accarezzare la lana di un alpaca o osservare il profilo distante di un lama contro il cielo. È in questa trama di cura reciproca che la passeggiata diventa racconto, e il racconto memoria condivisa.
Quando ripenso a quella mattina di brina sopra Fanano, rivedo l’ombra del mio zaino allungarsi sul sentiero e il profilo morbido dell’alpaca girarsi un’ultima volta, come a salutare. Poi la curva lo ha inghiottito e il bosco ha ripreso il suo respiro, con il fruscio secco delle foglie e un raggio timido a scaldare i sassi. Il fascino dell’incontro inaspettato sta tutto lì, nel varco minimo in cui la montagna ci sorprende e ci invita a tornare. Di volta in volta su crinali diversi, tra borghi e pascoli che conosco da una vita, continuo a cercarlo e a raccontarlo, con il passo corto e il cuore largo, come quando servivo ciotole fumanti in rifugio e ascoltavo, sopra le travi, il lontano passaggio delle gru.
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